[1/7]l’otto marzo, il lockdown e le donne

L’otto marzo del 2020 inizia per tutti una cose scioccante e inimmaginabile. Nel mio piccolo ho cercato di sopravvivere così

per chi volesse leggere ciò che ho registrato

La quarantena del Nord Italia e l’otto marzo. [ 8/03/2020]

Raccontava mio papà, che il 10 giugno 1940, lui era in giro per la città di Padova, travolto da un’eccitazione strana che gli uomini intorno a lui gli stavano trasmettendo. 
I fascisti erano esultanti, camminavano per le strade felici, uomini con le loro eleganti camicie nere festeggiavano, nei bar si brindava, e lui correva da una parte all’altra della grande piazza fascista che si chiamava Spalato, costruita demolendo l’antico quartiere di Santa Lucia per far spazio ai palazzi monumentali del nuovo spirito fascista.
Era corso a casa, sudato e felice perchè qualcosa di grande si stava consumando nella sua vita, e di lì a pochi giorni avrebbe anche compiuto nove anni e quindi stava per diventare grande.
Spalancò la porta di casa e vide sua madre, donna bellissima dagli enormi seni, seduta davanti alla radio che piangeva. Non l’aveva mai vista piangere, nemmeno quando, pochi mesi prima, era morto suo papà (morte avvolta nel mistero, perchè aveva sentito un gran trambusto una mattina, e alcuni uomini erano usciti all’alba frettolosamente da casa sua, lui li aveva visti, nascosto dalla fessura semiaperta della camera, che parlavano con sua mamma, gli abiti con macchie di sangue rosso come il più bello dei colori, e sua madre attonita alla porta che diceva: – andate, non svegliate i bambini-, e chissà come era morto davvero suo padre, forse negli anni realizzò che era stato ammazzato dai fascisti, un povero custode del teatro Verdi che aveva visto o detto cose che non avrebbe dovuto).
Papà portò sempre con sé il senso di colpa di non aver capito sua madre quel giorno: non capiva il suo pianto sommesso davanti alla notizia più grande della storia e che tutti là fuori stavano festeggiando. Lei lo vide, lo chiamò a sé, gli sistemò i capelli scomposti, lo mandò a lavarsi le mani e gli preparò la merenda: prese del pane secco dalla dispensa, lo bagnò leggermente con l’acqua, e lo coprì di zucchero. 
La mia nonna aveva 40 anni, era vedova da sei mesi, e aveva tre figli da mantenere. 
Mentre papà faceva merenda, lei riprese in mano il lavoro di cucito e si mise a rammendare. Quando papà le disse felice:- c’è la guerra mamma, sono tutti felici!- gli mollò un ceffone e poi riprese a cucire. 
Dall’altra parte del nord Italia, un’altra donna stava preparando le valige: mio nonno era un pilota dell’aviazione e aveva ricevuto il telegramma che gli intimava di andare immediatamente a Firenze. Nella culla dormiva mia madre. Mia nonna si trovò da sola, con una bambina piccola da accudire e una pistola da borsetta che suo marito le aveva regalato: – sii prudente – le aveva detto lui che stava per andare a pilotare gli Stukas, con il mitragliere seduto alle spalle del pilota.

È un sollievo per me ricostruire questi momenti, che riguardano tutti i nostri nonni e le nostre nonne, quando le donne non potevano votare, non potevano lavorare, dovevano restare a casa e non avevano avuto, almeno fino a quel momento, nessuna indipendenza economica o decisionale.
Le guerra le fece grandi. Perchè una donna prima di tutto deve pensare al futuro, è nella sua natura più intima essere ottimista, perchè ha i figli da crescere e non esiste nessun impulso più grande di questo, tutelare e difendere e far crescere i propri figli.
Le donne sono resistenti, tenaci, solide proprio perchè hanno questo istinto materno della cura (sia che abbiano figli sia che non li abbiano). 

Qualcuna si perde, ma la maggior parte delle donne sono come le mie nonne: ottimiste per forza davanti ai propri figli, travolte da momenti di sconforto eterno che poi si risolve perchè “passerà intanto vi faccio la cena”, e io sono sicura che in questa situazione di quarantena saranno ancora una volta le donne a fare la differenza. 
Solo che questa volta, mi auguro, avranno il sostegno degli uomini.

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