Mese: Luglio 2020

[2/9] estate: la Zarina e l’essere figlia

da un racconto del 2017, dedicato a tutti coloro che hanno una Zarina come madre.

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Padova, la Zarina e il mese di luglio.

E’ un giovedì di un luglio caldo, umido, soffocante. Alle ore 17.00 spengo il computer: ho deciso che non regalo a Mangiafuoco nemmeno un minuto in più della mia vita perchè non se lo merita. Questo lavoro mi salva e mi uccide nello stesso tempo. Generalmente in sei ore sbroglio più di 120 email e una trentina di telefonate. Quando va bene.
Ma, mi dico, va bene anche così.
Il deumidificatore è zeppo di acqua ma nella stanza ci sono comunque 30 gradi. Ho bisogno di una doccia. 
Il cane, vedendo che chiudo il computer e metto a posto le carte, si solleva dalla sua pigra attesa, scende dal morbido cuscino da cui non mi ha mai perso d’occhio e comincia a scodinzolare felice. Il messaggio è: – adesso tocca a me? andiamo a caccia? eh? mi porti giù? eh? dai su! Andiamo!-
Spengo il cellulare del lavoro e in quello squilla il mio: ore 17.02, la Zarina dalla Liguria.
Guardo il suo nome sullo schermo e faccio mentalmente calcolo di cosa ho fatto ieri: a volte non le rispondo e la chiamo quando so che è indaffarata a preparare la cena, o a prendere il pulmino per tornare dal mare, così mi liquida in quattro e quattr’otto. Ma ieri mio padre è stato poco bene, bisogna che io risponda.
Faccio scivolare il dito sullo schermo e dico:- ciao? come va?-
Poi metto il viva voce. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, passo le mani bagnate sulla testa, mi spruzzo un po’ di profumo che mi fa sentire un po’ meglio, mentre il cane gira intorno a me ponendomi la stessa domanda:- Allora? che fai in bagno? andiamo giù?-
La voce della Zarina è amplificata dalle piastrelle del bagno. Racconta che stamattina hanno preso il pulmino alle 9 e sono andati alla spiaggia dove il mare era meraviglioso, l’aria fresca e l’acqua tersa. Ha fatto il bagno andando fino alla boa. Cento bracciate, le ho contate sai!
ma bra…-
Lei non sente la mia voce: è intenta a raccontare che il papà è rimasto seduto al bar della spiaggia mentre lei nuotava. Il cane salta che sembra un capretto. 
Vado in cucina: apro il frigo e bevo direttamente dalla bottiglia. Poi prendo gli occhiali da sole, il guinzaglio, le chiavi e la spazzatura. 
Esco di casa e chiudo la porta. La voce della Zarina si spiaccica sui muri del pianerottolo, rimbalza nel vano scale silenzioso e buio, cerca una fuga verso il basso, poi risale, ritorna su e cerca sfogo dalla porta della terrazza condominiale. Se è vero che un battito d’ali in Asia può modificare l’assetto mondiale chissà cosa succederà adesso…
Chiamo l’ascensore: è una gabbia di Faraday, in cui manca sempre il segnale. Provo a dire:- Sto entrando in ascensore può darsi che…-
Ma è inutile: lei non mi sente. Racconta che ha ordinato un Mojito al bar perchè ormai uno ogni tre giorni non può assolutamente far male al suo diabete, che peraltro non misura perchè comunque ha mangiato solo…(e inizia il menù della cena, un menù per due anziani soli, al mare, d’estate). Con mio massimo stupore, la comunicazione in ascensore non si interrompe. La sua voce si addensa nella gabbia di Faraday rossa, non mi guardo allo specchio, cerco di costruire uno schermo intorno a me per non essere uccisa dalla densità di umido e caldo e voce e sguardo implorante del cane che ancora non ha capito perchè per uscire di casa dobbiamo prima entrare nella scatola rossa, mentre dal viva voce del telefono il racconto si sposta sulla signora Scibetta, te la ricordi la signora Scibetta? – Mah, no…- riesco a dire e quello lo ha sentito e quindi comincia il:- Ma come! ma sì che te la ricordi, è quella signora che ha due figlie che…- e continua la serie di relazioni parentali della signora Scibetta, finché io, davanti alla meraviglia delle porte dell’ascensore che si aprono dico- Ah sì, dai me la ricordo- . -Non è vero- ribatte la Zarina che sorvola comunque benevola su questa mia perdurante mancanza di conoscenza delle sue amicizie e riprende a raccontare della figlia della signora Scibetta, che è dimagrita, si è separata e adesso vive…
Il cane tira il guinzaglio verso il portone e nel farlo lo arrotola intorno al sacchetto della spazzatura in cui due fette di anguria cercano in tutti i modi di forare la plastica con le punte aguzze della loro buccia verde e rossa in mezzo agli scarti di cibo umido e acquoso. Appoggio il sacchetto in terra, metto il cellulare nella tasca del vestito, sbroglio il guinzaglio del cane, apro il portone, riprendo in mano il cellulare. La Zarina mi sta raccontando della cugina, dello zio e della vita a Pieve di Teco dove la Zietta P&L ha la sua casetta ( e mi affaccio in via Tiziano Aspetti alle 17.08 di un giovedì di luglio dove l’umidità si è avvolta in un abbraccio mortale con lo smog e il rumore del traffico e il sudore impedito di persone che sembrano zombi, ma cosa ci faccio io qui, si domandano mentre il sole a picco sembra alto sullo Zenit ma è solo l’effetto dell’asfalto che brucia, del riflesso sulle finestre chiuse, del rabbioso insistere di aria condizionata all’interno dei negozi che buttano fuori aria calda) e la voce della Zarina che racconta di Pieve di Teco mi porta alla memoria gli ulivi verdi sulla terra sassosa e aspra, i portici alti, le ombre nette e l’aria calda e pulita, mentre qua io sono immersa in un abbraccio mortale. Il cane decide che io sono una stupida ad aspettare chissà cosa e si lancia sicuro sulle strisce pedonali a semaforo rosso, mentre le auto sigillate sfrecciano e inquinano e rumoreggiano, così preoccupate di raggiungere la meta e scappare dal luogo in cui sono io ora. Trattengo il guinzaglio, la spazzatura oscilla, la buccia d’anguria buca finalmente il sacchetto che gocciola lento ma il semaforo ora è verde per noi, attraversiamo le rotaie lucide del tram, raggiungiamo il bidone, ne apro il coperchio e getto il mio sacchetto insieme agli altri mentre un odore di cibo in decomposizione sale e il sole batte inesorabile sulla mia testa mentre il rumore del traffico mi avvolge tutta ma non sovrasta la voce squillante e giovanile della Zarina che parla felice e sicura e racconta che hanno passato il pomeriggio in giardino dove hanno visto un gattino avvicinarsi mentre papà, sdraiato sulla sua poltrona, finge di leggere il giornale, costretto come è nel suo loop di mancanza di memoria, una sfera immobile in cui lui si è accomodato, dove le parole del giornale non hanno più senso ma tenere il mano il quotidiano ha ancora una sua funzione primaria per lui.
Mi allontano veloce dalla strada trafficata, entro nelle stradine dell’Arcella che sono deserte mentre dal cellulare la voce continua, inesorabile. Ci sono due cinesi che vengono verso di me e mi guardano incuriositi sentendo la voce ma io non ce la faccio a mettere il telefono in modalità normale e portarmelo vicino all’orecchio, così proseguo la mia passeggiata lenta, all’ombra delle casette costruite nel dopoguerra, tutte a due piani, con il loro terrazzino e il giardinetto intorno, ora sempre più bisognose di una mano di bianco e di un ammodernamento, ma questi non sono i tempi per spendere i soldi nell’abbellimento delle facciate. 
Arriviamo finalmente al parchetto, dove il cane smette di tirare e tuffa la testa nell’erba secca e gialla, alza la gambetta con gesto atletico e segna il territorio come suo. Io tengo il cellulare orizzontale in mano. Il traffico ora è lontano, in questa parte del quartiere non si sente nessuno, solo il caldo umido, il marciapiede rovente, le cicale che gracchiano assordanti e la voce della Zarina che mi racconta come Wei Lang ha insegnato alla Zietta P&L a cucinare i peperoni alla maniera cinese:
-Allora, prendi i peperoni, li lavi bene, li tagli a rombi, sai come i cinesi tagliano a rombi i peperoni?
(silenzio, tanto so che non mi sente)
-allora lo sai? Hai capito come fanno?
-Sì, li taglino a rombi
-Sì ma sai come?
Non so perchè ma vorrei morire, ho due avvisi di Messenger e almeno tre audio di Whatsapp che mi sono arrivati ora, vedo sullo schermo che la conversazione dura ormai da circa 18 minuti e io non ho mai parlato ( e mi viene in mente quando ero sposata i primi tempi, e la Zarina mi chiamava e dopo un po’ mio marito mi si avvicinava preoccupato e mi diceva:- ma che fai in silenzio al telefono?- – E’ la Zarina- dicevo io, e lui sorpreso non poteva capire come fosse possibile stare al telefono con una persona che non lascia mai interloquire, ma con il tempo lo capì).
Rallento la mia pigra camminata fino al momento in cui mi fermo per vedere sullo schermo chi mi sta cercando quando una signora atletica, con un vestitino a fiori e l’aria riposata mi si avvicina e mi guarda incuriosita. Io le sorrido e lei mi dice:
-come tagliano i peperoni i cinesi?
E come se fosse la cosa più ovvia del mondo io le dico:
– a rombi
Lei annuisce e si mette in attento ascolto:
-… poi aggiungi al soffritto delle acciughe che io ne avevo ancora poche di quelle sotto sale che mi ha regalato il Balinciu e le fai spappolare con l’aglio e…
– è la radio?
mi chiede sottovoce la signora.
Io le sorrido e scuoto il capo mentre il cane tira i cinque metri allungabili del guinzaglio perchè ha sentito un odore proprio poco più in là a dove gli sarebbe consentito arrivare. 
– poi aggiungi il vino ma io ho messo la birra, anzi no, ho messo il vino che papà non aveva finito al pranzo e mi sono dimenticata di mettere in frigo…
la signora mi guarda e dice:
– ma le fa in padella o al forno?
A me la situazione pare surreale: il cane ha desistito, è tornato indietro e adesso punta un piccolo merlo che becchetta nel prato. 
– E poi le metti in forno.
– ah, lo sapevo, e ci mette anche il limone?
– il limone? – chiedo io.
– Poi ho anche la ricetta delle melanzane. La vuoi?
La signora che pareva andare di fretta, scuote il capo in senso affermativo e dice al mio cellulare:
– sì
– allora, prendi le melanzane e le lavi…
La signora accanto a me annuisce e prende mentalmente nota. Il cane si è abbassato, le orecchie a punta sbucano dai venti centimetri dell’erba secca, il merlo becchetta quando con un balzo il mio cane gli si avventa contro dando uno strattone al guinzaglio che si snoda per i suoi cinque metri. Il merlo vola via, il mio braccio destro è tironato mentre con il sinistro sto facendo ascoltare alla signora sconosciuta quella che pare essere la migliore maniera di cucinare le melanzane (d’estate, con il caldo e l’umidità e lo smog, e Mangiafuoco, e il Circo in cui tutti sono matti, e Missitalia che mi scrive che vuole andare a Dublino da sola con un ragazzo, e il FiglioZen che mi chiede dove sono, e le cicale che fanno chiasso nel praticello infelice di un angolo dell’Arcella e una sconosciuta che ascolta la Zarina in viva voce mentre non smette mai di parlare).
Mi guardo intorno e mi pare sorprendente che l’unica a giudicare out fo standard questa situazione, sono solo io.
Ma la ricetta delle melanzane finisce miseramente in un: “non mi ricordo più bene cosa mi ha detto di fare poi, adesso la chiamo e glielo dico che adesso la ZIetta P&L è andata in piscina, e poi deve venire tua cugina e lo zio a salutarci. Ah non ti ho detto di tuo zio…”
E riprende a raccontare mentre la signora mi guarda e mi dice:
– quindi? le melanzane?
– eh, – le dico io- non saprei.
Comunque nei peperoni ci metto sempre un po’ di buccia di limone grattugiata. 
– sì
– glielo dica
– sì, certo
– Ma lei è di qui? Torna anche domani?
Penso che potrei essere in una candid camera. Però rispondo lo stesso:
– sì, sono sempre qua io.
– ah, non ti ho mai vista. Beh, scusa, ma devo andare. Grazie eh
– … e quindi sono andati tutti a Pontedassio che c’era un caldo che non ti dico e poi…
Io ho notato il passaggio da lei al tu: adesso il cellulare scotta, chissà se a lungo andare farà male alle mani tenere il cellulare, ma quando ho perso del tutto le speranze che la Zarina smetterà mai di parlare, mi dice:
– beh, ti ho detto tutto. Anzi no, mi sono dimenticata perchè ti ho chiamato: hai pagato il bollettino dei miei contributi?
– No, vado domani
– ma come domani! Guarda che scade.
– Sì ma sono in tempo
– no, prendilo e vedrai che scade
– non posso adesso, sono fuori con il cane
– ah sì? beh allora domani pagalo, mi raccomando, ah guarda, sono già le sei, bisogna che vada. Ciao allora.
Click.
Metto il cellulare in silenzioso, non guardo gli avvisi che mi sono arrivati. Bramo la mia camera da letto fresca con il condizionatore che va, una bella doccia e il silenzio. Magari il mio ipad con cui scrivere della Zarina, del caldo, del mese di luglio e dell’essere figlia.

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Leona Lewis_Better in time

Leona Lewis- Better in time – la mia traduzione