Nina J Kors

Lewis Capaldi

Le relazioni tra le persone non sono per nulla facili, ma se poi ci si aggiunge la difficoltà di parlare…

capitolo 4- ore 11:30

Ore  11.00

Sono proprio di malumore, pensò. Si alzò di scatto, infilò la giacca e guardò dentro la borsa del lavoro. Trovò il mazzo di chiavi. Le tirò in aria e le riprese. 

– Andrò con la macchina scassata di mia madre. 

Pensò a voce alta. 

Prese le carte di Rossini e le infilò in borsa. Salutò Chiara e passò davanti allo studio di Giovanna. 

Giovanna era in piedi in fondo alla stanza voltata verso le finestre e gli dava la schiena, una schiena così esile che pareva quella di una bambina. Parlava

Sono proprio di malumore, pensò. Si alzò di scatto, infilò la giacca e guardò dentro la borsa del lavoro. Trovò il mazzo di chiavi. Le tirò in aria e le riprese. 

– Andrò con la macchina scassata di mia madre. 

Pensò a voce alta. 

Prese le carte di Rossini e le infilò in borsa. Salutò Chiara e passò davanti allo studio di Giovanna. 

Giovanna era in piedi in fondo alla stanza voltata verso le finestre e gli dava la schiena, una schiena così esile che pareva quella di una bambina. Parlava sommessamente al cellulare. Lui bussò sullo stipite della porta e lei trasalì voltandosi. 

– Vado via. Vado a parlare con tuo padre. 

Lei coprì con la mano il cellulare, fece sì con la testa e le sue guance si coprirono di un lieve rossore. O almeno così a lui parve. 

Lei sussurrò un ciao a mezza voce, si voltò di nuovo verso le finestre e portò nuovamente il cellulare all’orecchio sinistro. Ma tacque. Le spalle le si alzarono impercettibilmente, come se riempisse lentamente la cassa toracica di aria. Poi un sospiro leggero annebbiò involontariamente e per un attimo il vetro della finestra. Giovanna continuava a tacere tenendo il cellulare incollato all’orecchio.

A Jacopo montò di nuovo il sangue alla testa ma non poteva farci nulla. Tornò in corridoio, aprì la porta dello studio e la sbatté dietro le sue spalle. Gli parve che i muri del palazzo tremassero dietro di se’. 

Di ciò ne fu contento. 

* * *

(- Ehi! Ma sei impazzita? Ho ricevuto adesso il tuo messaggio. Non sono mica barricato dentro casa ! Sto arrivando! 

– Ah, davvero non sei a casa? Ma come, avevi detto che pranzavi a casa… 

La voce di lei rimbombava. 

– Invece sono andato a pranzo con lo studio. Sto arrivando, comunque, aspettami al bar. Non mi piace che stai lì fuori, anche se sono le due del pomeriggio. E poi minaccia pioggia. 

– Ma io non sono fuori… 

– Come non sei fuori? 

– Mi sono fatta aprire il portone… 

– Ma come czz hai fatto? 

– Sono sul pianerottolo. Ero così incazzata con te che ho pure preso a calci la tua porta… 

[continua]

capitolo 3- ore 10:00

ORE 10.00 

L’udienza era durata sì e no tre minuti. Più i trenta di attesa in piedi in corridoio. 

Jacopo aveva attraversato la sala in fondo alla quale era seduto il giudice in maniche di camicia. Al suo fianco l’usciere e una pila impressionante di documenti. 

Si era avvicinato al bancone, si erano scambiati due brevi frasi, aveva consegnato i documenti processuali che doveva mettere agli atti e poi aveva firmato. 

– Grazie e arrivederci. 

Nessuno gli aveva risposto. Il giudice cercava di sbottonare il colletto della camicia mentre il suo cellulare aveva iniziato a vibrare sul tavolo. L’usciere stava preparando le carte della causa successiva. 

– Avvocato, ha fatto? 

Anche la voce di Chiara, così apprensiva e timida, gli era parsa in quel momento assolutamente fuori luogo: con quella lunga coda di cavallo nera, gli occhiali un po’ vecchio stile, le spalle dimesse e leggermente curve, nulla di lei era adeguato in mezzo a quel codazzo di donne che chiacchierava animatamente nel corridoio in attesa di essere chiamate dal giudice. 

La faranno a pezzi, qua dentro Chiara. 

L’aveva pensato ma non l’aveva detto. 

Invece disse: 

– Sì Chiara, grazie, ho fatto. 

– Allora vado? Ci vediamo in studio? 

– Sì, vada vada, ci vediamo là . 

Scesero insieme in ascensore, in silenzio, Jacopo immerso nei suoi pensieri, lei che pareva avvolta dal vuoto con uno sguardo assente. 

* * *

(- Prendiamo l’ascensore? 

aveva chiesto lei. 

Jacopo l’aveva guardata un po’ stupito. 

– Ma tanto siamo al secondo piano… 

ma nel frattempo aveva premuto il pulsante dell’ascensore. L’androne era un po’ scuro e calmava la luce intensa che giugno aveva proiettato su di loro. 

Le porte si aprirono, entrarono, lei per prima e lui dopo. Lei schiacciò il pulsante dell’ultimo piano. Poi si voltò verso di lui mentre le porte si chiudevano e gli si posò contro con tutto il suo peso. Era morbida, calda, avvolgente. Jacopo l’aveva baciata e aveva lasciato che lei gli si avvinghiasse e lo premesse contro lo specchio dell’ascensore. Lui sentì i seni che si premevano contro il suo petto, e vide che lei aveva chiuso gli occhi. Lei aveva sentito che lui si era irrigidito e una parte forte e dura di lui premeva contro il suo ventre. 

[continua]

capitolo 2 ORE 8:00

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capitolo 2

ORE 8.00 

Il cellulare squillò prima che lui fosse sul pianerottolo. 

Rientrò, chiuse la porta, sospirò e prese il telefono dalla tasca della camicia, sotto la giacca. 

Una pessima giornata, di sicuro. 

– Oh avvocato buongiorno. 

La voce era leggermente stupita, come se chi chiamava non sapesse chi avrebbe risposto al telefono. 

– Signora Pagnan, buongiorno! L’avrei chiamata più tardi per ringr… 

– Lasci perdere avvocato, è una giornata tremenda, oggi. Tremenda! 

Una pessima giornata. 

Guardò l’orologio appeso al muro. Erano le nove e aveva un appuntamento in tribunale con la segretaria alle 9 e 15. 

Inoltre non sapeva cosa poteva dire per consolare la signora Pagnan. Era sinceramente dispiaciuto per la malattia di suo marito, ma non sapeva proprio come fare a consolare la moglie. Non sapeva cosa dire. 

* * *

( – E` il chakra della gola quello che ti permette di dire le parole che vuoi, di trasmettere i tuoi pensieri al mondo. Questo qua. 

e l’aveva toccato leggermente, un punto impreciso sulla gola mentre lui aveva il capo appoggiato sul suo grembo. Lei, a gambe incrociate, con le sue mani profumate di olio agrumato gli aveva massaggiato il viso e le spalle e il petto, e aveva raccontato dei chakra, con una sorta di ritegno, come temesse di essere presa in giro, ma intanto parlava con voce sommessa e toccava il volto, il collo e le spalle, rilassando le muscolature. Jacopo aveva trovato la pace ma le parole, che in quel momento erano parse scivolare come le mani sulla pelle, adesso erano balzate fuori all’improvviso. 

Il chakra della gola. 

Lei avrebbe saputo cosa dire alla signora Pagnan.) 

* * *

– Signora Pagnan… 

– No guardi avvocato, lei adesso mi deve proprio aiutare, sa, perché io davvero non so proprio come fare adesso. 

– Sì, ma certo, capisco…non si preoccupi, … 

– No, certo che mi preoccupo, accidenti, sono 10 anni ormai che sono sposata, è ora di smetterla. Aveva ragione la sua prima moglie! Voglio il divorzio, subito, non ce la faccio più! 

capitolo 1 ore 7:00

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capitolo 1- ORE 7:00

Padova, 27 luglio 2010

ORE 7.00 

Si svegliò di malumore. 

Il telefono non aveva ancora squillato al suono leggero delle campane. Ciò significava che non erano ancora le 7 e mezza. 

Passò una mano sulla faccia, respirò e allungò la mano sul comodino per prendere gli occhiali. 

La camera era immersa nel buio, come sempre, con gli scuri di legno ben chiusi. Anche stanotte aveva dormito appoggiato sul fianco destro (“ Quello sbagliato “ – gli aveva detto lei un giorno) e adesso aveva il braccio tutto intorpidito. Ancora era confuso ma il senso di malessere e di malumore peggiorava. 

Sarebbe stata una pessima giornata. Lo sapeva già. 

Guardò lo schermo del cellulare. Era buio. Nessun sms quella mattina. Nemmeno durante la giornata ci sarebbe stato. Nessun sms.

Gli sms fino a qualche tempo fa, arrivavano attesi ma sempre erano una sorpresa. Costellavano le giornate, erano piccole luci su cui si ancorava la vita quotidiana. 

Il cellulare vibrava leggero e subito lui lo apriva, leggeva e sorrideva. Immediata partiva la risposta. Piccole ancore che legavano loro due, che punteggiavano di luce i rapporti lontani e stringevano alleanze mute. 160 caratteri per mandare un pensiero concreto, per non sentirsi soli, per continuare a vivere, a sorridere e forse, a costruire. Come le pietre miliari delle antiche strade romane, avevano segnato percorsi e avevano indicato, sottovoce, quanta strada era stata fatta. Piccole luci che adesso vibravano silenziose nella memoria del cellulare ma che spesso riaffioravano improvvisi nella sua testa. 

Adesso che non arrivavano più riemergevano lenti alla coscienza per poi essere ricacciati giù, nel fondo del mare scuro. 

Ce l’avrebbe fatta a dimenticarli tutti.

Un po’ alla volta li avrebbe metabolizzati, tritati, spenti e soffocati.

Un po’ alla volta ce l’avrebbe fatta.

Lei 

Ti penso, ti scrivo, cancello. E via così. Ho tante domande e non ho risposte. Ho bisogno di te e di stare con te. E di sentirti. Mi togli il fiato. 

Lui 

Mi piace aprire gli occhi con i tuoi sms . E` un po’ come aprirli con le tue carezze…un po’! 

Lei 

Le mie carezze fanno chiudere gli occhi. Mi specchio dentro di te. Ho voglia di perdermi dentro di te. Ma se mi inviti a pranzo sarò impeccabile. 

* * *

E` il lato sbagliato perché il cuore è a sinistra, anche il tuo, e perciò si affatica di meno se dormi sul lato sinistro.-  [continua ]

[3/9]Estate: impressioni sui primi giorni di mare

due brevi racconti insieme sul mare, i costumi da bagno, l’età che avanza e altre amenità.

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[2/9] estate: la Zarina e l’essere figlia

da un racconto del 2017, dedicato a tutti coloro che hanno una Zarina come madre.

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Padova, la Zarina e il mese di luglio.

E’ un giovedì di un luglio caldo, umido, soffocante. Alle ore 17.00 spengo il computer: ho deciso che non regalo a Mangiafuoco nemmeno un minuto in più della mia vita perchè non se lo merita. Questo lavoro mi salva e mi uccide nello stesso tempo. Generalmente in sei ore sbroglio più di 120 email e una trentina di telefonate. Quando va bene.
Ma, mi dico, va bene anche così.
Il deumidificatore è zeppo di acqua ma nella stanza ci sono comunque 30 gradi. Ho bisogno di una doccia. 
Il cane, vedendo che chiudo il computer e metto a posto le carte, si solleva dalla sua pigra attesa, scende dal morbido cuscino da cui non mi ha mai perso d’occhio e comincia a scodinzolare felice. Il messaggio è: – adesso tocca a me? andiamo a caccia? eh? mi porti giù? eh? dai su! Andiamo!-
Spengo il cellulare del lavoro e in quello squilla il mio: ore 17.02, la Zarina dalla Liguria.
Guardo il suo nome sullo schermo e faccio mentalmente calcolo di cosa ho fatto ieri: a volte non le rispondo e la chiamo quando so che è indaffarata a preparare la cena, o a prendere il pulmino per tornare dal mare, così mi liquida in quattro e quattr’otto. Ma ieri mio padre è stato poco bene, bisogna che io risponda.
Faccio scivolare il dito sullo schermo e dico:- ciao? come va?-
Poi metto il viva voce. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, passo le mani bagnate sulla testa, mi spruzzo un po’ di profumo che mi fa sentire un po’ meglio, mentre il cane gira intorno a me ponendomi la stessa domanda:- Allora? che fai in bagno? andiamo giù?-
La voce della Zarina è amplificata dalle piastrelle del bagno. Racconta che stamattina hanno preso il pulmino alle 9 e sono andati alla spiaggia dove il mare era meraviglioso, l’aria fresca e l’acqua tersa. Ha fatto il bagno andando fino alla boa. Cento bracciate, le ho contate sai!
ma bra…-
Lei non sente la mia voce: è intenta a raccontare che il papà è rimasto seduto al bar della spiaggia mentre lei nuotava. Il cane salta che sembra un capretto. 
Vado in cucina: apro il frigo e bevo direttamente dalla bottiglia. Poi prendo gli occhiali da sole, il guinzaglio, le chiavi e la spazzatura. 
Esco di casa e chiudo la porta. La voce della Zarina si spiaccica sui muri del pianerottolo, rimbalza nel vano scale silenzioso e buio, cerca una fuga verso il basso, poi risale, ritorna su e cerca sfogo dalla porta della terrazza condominiale. Se è vero che un battito d’ali in Asia può modificare l’assetto mondiale chissà cosa succederà adesso…
Chiamo l’ascensore: è una gabbia di Faraday, in cui manca sempre il segnale. Provo a dire:- Sto entrando in ascensore può darsi che…-
Ma è inutile: lei non mi sente. Racconta che ha ordinato un Mojito al bar perchè ormai uno ogni tre giorni non può assolutamente far male al suo diabete, che peraltro non misura perchè comunque ha mangiato solo…(e inizia il menù della cena, un menù per due anziani soli, al mare, d’estate). Con mio massimo stupore, la comunicazione in ascensore non si interrompe. La sua voce si addensa nella gabbia di Faraday rossa, non mi guardo allo specchio, cerco di costruire uno schermo intorno a me per non essere uccisa dalla densità di umido e caldo e voce e sguardo implorante del cane che ancora non ha capito perchè per uscire di casa dobbiamo prima entrare nella scatola rossa, mentre dal viva voce del telefono il racconto si sposta sulla signora Scibetta, te la ricordi la signora Scibetta? – Mah, no…- riesco a dire e quello lo ha sentito e quindi comincia il:- Ma come! ma sì che te la ricordi, è quella signora che ha due figlie che…- e continua la serie di relazioni parentali della signora Scibetta, finché io, davanti alla meraviglia delle porte dell’ascensore che si aprono dico- Ah sì, dai me la ricordo- . -Non è vero- ribatte la Zarina che sorvola comunque benevola su questa mia perdurante mancanza di conoscenza delle sue amicizie e riprende a raccontare della figlia della signora Scibetta, che è dimagrita, si è separata e adesso vive…
Il cane tira il guinzaglio verso il portone e nel farlo lo arrotola intorno al sacchetto della spazzatura in cui due fette di anguria cercano in tutti i modi di forare la plastica con le punte aguzze della loro buccia verde e rossa in mezzo agli scarti di cibo umido e acquoso. Appoggio il sacchetto in terra, metto il cellulare nella tasca del vestito, sbroglio il guinzaglio del cane, apro il portone, riprendo in mano il cellulare. La Zarina mi sta raccontando della cugina, dello zio e della vita a Pieve di Teco dove la Zietta P&L ha la sua casetta ( e mi affaccio in via Tiziano Aspetti alle 17.08 di un giovedì di luglio dove l’umidità si è avvolta in un abbraccio mortale con lo smog e il rumore del traffico e il sudore impedito di persone che sembrano zombi, ma cosa ci faccio io qui, si domandano mentre il sole a picco sembra alto sullo Zenit ma è solo l’effetto dell’asfalto che brucia, del riflesso sulle finestre chiuse, del rabbioso insistere di aria condizionata all’interno dei negozi che buttano fuori aria calda) e la voce della Zarina che racconta di Pieve di Teco mi porta alla memoria gli ulivi verdi sulla terra sassosa e aspra, i portici alti, le ombre nette e l’aria calda e pulita, mentre qua io sono immersa in un abbraccio mortale. Il cane decide che io sono una stupida ad aspettare chissà cosa e si lancia sicuro sulle strisce pedonali a semaforo rosso, mentre le auto sigillate sfrecciano e inquinano e rumoreggiano, così preoccupate di raggiungere la meta e scappare dal luogo in cui sono io ora. Trattengo il guinzaglio, la spazzatura oscilla, la buccia d’anguria buca finalmente il sacchetto che gocciola lento ma il semaforo ora è verde per noi, attraversiamo le rotaie lucide del tram, raggiungiamo il bidone, ne apro il coperchio e getto il mio sacchetto insieme agli altri mentre un odore di cibo in decomposizione sale e il sole batte inesorabile sulla mia testa mentre il rumore del traffico mi avvolge tutta ma non sovrasta la voce squillante e giovanile della Zarina che parla felice e sicura e racconta che hanno passato il pomeriggio in giardino dove hanno visto un gattino avvicinarsi mentre papà, sdraiato sulla sua poltrona, finge di leggere il giornale, costretto come è nel suo loop di mancanza di memoria, una sfera immobile in cui lui si è accomodato, dove le parole del giornale non hanno più senso ma tenere il mano il quotidiano ha ancora una sua funzione primaria per lui.
Mi allontano veloce dalla strada trafficata, entro nelle stradine dell’Arcella che sono deserte mentre dal cellulare la voce continua, inesorabile. Ci sono due cinesi che vengono verso di me e mi guardano incuriositi sentendo la voce ma io non ce la faccio a mettere il telefono in modalità normale e portarmelo vicino all’orecchio, così proseguo la mia passeggiata lenta, all’ombra delle casette costruite nel dopoguerra, tutte a due piani, con il loro terrazzino e il giardinetto intorno, ora sempre più bisognose di una mano di bianco e di un ammodernamento, ma questi non sono i tempi per spendere i soldi nell’abbellimento delle facciate. 
Arriviamo finalmente al parchetto, dove il cane smette di tirare e tuffa la testa nell’erba secca e gialla, alza la gambetta con gesto atletico e segna il territorio come suo. Io tengo il cellulare orizzontale in mano. Il traffico ora è lontano, in questa parte del quartiere non si sente nessuno, solo il caldo umido, il marciapiede rovente, le cicale che gracchiano assordanti e la voce della Zarina che mi racconta come Wei Lang ha insegnato alla Zietta P&L a cucinare i peperoni alla maniera cinese:
-Allora, prendi i peperoni, li lavi bene, li tagli a rombi, sai come i cinesi tagliano a rombi i peperoni?
(silenzio, tanto so che non mi sente)
-allora lo sai? Hai capito come fanno?
-Sì, li taglino a rombi
-Sì ma sai come?
Non so perchè ma vorrei morire, ho due avvisi di Messenger e almeno tre audio di Whatsapp che mi sono arrivati ora, vedo sullo schermo che la conversazione dura ormai da circa 18 minuti e io non ho mai parlato ( e mi viene in mente quando ero sposata i primi tempi, e la Zarina mi chiamava e dopo un po’ mio marito mi si avvicinava preoccupato e mi diceva:- ma che fai in silenzio al telefono?- – E’ la Zarina- dicevo io, e lui sorpreso non poteva capire come fosse possibile stare al telefono con una persona che non lascia mai interloquire, ma con il tempo lo capì).
Rallento la mia pigra camminata fino al momento in cui mi fermo per vedere sullo schermo chi mi sta cercando quando una signora atletica, con un vestitino a fiori e l’aria riposata mi si avvicina e mi guarda incuriosita. Io le sorrido e lei mi dice:
-come tagliano i peperoni i cinesi?
E come se fosse la cosa più ovvia del mondo io le dico:
– a rombi
Lei annuisce e si mette in attento ascolto:
-… poi aggiungi al soffritto delle acciughe che io ne avevo ancora poche di quelle sotto sale che mi ha regalato il Balinciu e le fai spappolare con l’aglio e…
– è la radio?
mi chiede sottovoce la signora.
Io le sorrido e scuoto il capo mentre il cane tira i cinque metri allungabili del guinzaglio perchè ha sentito un odore proprio poco più in là a dove gli sarebbe consentito arrivare. 
– poi aggiungi il vino ma io ho messo la birra, anzi no, ho messo il vino che papà non aveva finito al pranzo e mi sono dimenticata di mettere in frigo…
la signora mi guarda e dice:
– ma le fa in padella o al forno?
A me la situazione pare surreale: il cane ha desistito, è tornato indietro e adesso punta un piccolo merlo che becchetta nel prato. 
– E poi le metti in forno.
– ah, lo sapevo, e ci mette anche il limone?
– il limone? – chiedo io.
– Poi ho anche la ricetta delle melanzane. La vuoi?
La signora che pareva andare di fretta, scuote il capo in senso affermativo e dice al mio cellulare:
– sì
– allora, prendi le melanzane e le lavi…
La signora accanto a me annuisce e prende mentalmente nota. Il cane si è abbassato, le orecchie a punta sbucano dai venti centimetri dell’erba secca, il merlo becchetta quando con un balzo il mio cane gli si avventa contro dando uno strattone al guinzaglio che si snoda per i suoi cinque metri. Il merlo vola via, il mio braccio destro è tironato mentre con il sinistro sto facendo ascoltare alla signora sconosciuta quella che pare essere la migliore maniera di cucinare le melanzane (d’estate, con il caldo e l’umidità e lo smog, e Mangiafuoco, e il Circo in cui tutti sono matti, e Missitalia che mi scrive che vuole andare a Dublino da sola con un ragazzo, e il FiglioZen che mi chiede dove sono, e le cicale che fanno chiasso nel praticello infelice di un angolo dell’Arcella e una sconosciuta che ascolta la Zarina in viva voce mentre non smette mai di parlare).
Mi guardo intorno e mi pare sorprendente che l’unica a giudicare out fo standard questa situazione, sono solo io.
Ma la ricetta delle melanzane finisce miseramente in un: “non mi ricordo più bene cosa mi ha detto di fare poi, adesso la chiamo e glielo dico che adesso la ZIetta P&L è andata in piscina, e poi deve venire tua cugina e lo zio a salutarci. Ah non ti ho detto di tuo zio…”
E riprende a raccontare mentre la signora mi guarda e mi dice:
– quindi? le melanzane?
– eh, – le dico io- non saprei.
Comunque nei peperoni ci metto sempre un po’ di buccia di limone grattugiata. 
– sì
– glielo dica
– sì, certo
– Ma lei è di qui? Torna anche domani?
Penso che potrei essere in una candid camera. Però rispondo lo stesso:
– sì, sono sempre qua io.
– ah, non ti ho mai vista. Beh, scusa, ma devo andare. Grazie eh
– … e quindi sono andati tutti a Pontedassio che c’era un caldo che non ti dico e poi…
Io ho notato il passaggio da lei al tu: adesso il cellulare scotta, chissà se a lungo andare farà male alle mani tenere il cellulare, ma quando ho perso del tutto le speranze che la Zarina smetterà mai di parlare, mi dice:
– beh, ti ho detto tutto. Anzi no, mi sono dimenticata perchè ti ho chiamato: hai pagato il bollettino dei miei contributi?
– No, vado domani
– ma come domani! Guarda che scade.
– Sì ma sono in tempo
– no, prendilo e vedrai che scade
– non posso adesso, sono fuori con il cane
– ah sì? beh allora domani pagalo, mi raccomando, ah guarda, sono già le sei, bisogna che vada. Ciao allora.
Click.
Metto il cellulare in silenzioso, non guardo gli avvisi che mi sono arrivati. Bramo la mia camera da letto fresca con il condizionatore che va, una bella doccia e il silenzio. Magari il mio ipad con cui scrivere della Zarina, del caldo, del mese di luglio e dell’essere figlia.

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