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capitolo I ore 7:00

Così nuda che non oso coprirmi

Padova, 27 luglio 2010

ORE 7.00 

Si svegliò di malumore. 

Il telefono non aveva ancora squillato al suono leggero delle campane. Ciò significava che non erano ancora le 7 e mezza. 

Passò una mano sulla faccia, respirò e allungò la mano sul comodino per prendere gli occhiali. 

La camera era immersa nel buio, come sempre, con gli scuri di legno ben chiusi. Anche stanotte aveva dormito appoggiato sul fianco destro (“ Quello sbagliato “ – gli aveva detto lei un giorno) e adesso aveva il braccio tutto intorpidito. Ancora era confuso ma il senso di malessere e di malumore peggiorava. 

Sarebbe stata una pessima giornata. Lo sapeva già. 

Guardò lo schermo del cellulare. Era buio. Nessun sms quella mattina. Nemmeno durante la giornata ci sarebbe stato. Nessun sms.

Gli sms fino a qualche tempo fa, arrivavano attesi ma sempre erano una sorpresa. Costellavano le giornate, erano piccole luci su cui si ancorava la vita quotidiana. 

Il cellulare vibrava leggero e subito lui lo apriva, leggeva e sorrideva. Immediata partiva la risposta. Piccole ancore che legavano loro due, che punteggiavano di luce i rapporti lontani e stringevano alleanze mute. 160 caratteri per mandare un pensiero concreto, per non sentirsi soli, per continuare a vivere, a sorridere e forse, a costruire. Come le pietre miliari delle antiche strade romane, avevano segnato percorsi e avevano indicato, sottovoce, quanta strada era stata fatta. Piccole luci che adesso vibravano silenziose nella memoria del cellulare ma che spesso riaffioravano improvvisi nella sua testa. 

Adesso che non arrivavano più riemergevano lenti alla coscienza per poi essere ricacciati giù, nel fondo del mare scuro. 

Ce l’avrebbe fatta a dimenticarli tutti.

Un po’ alla volta li avrebbe metabolizzati, tritati, spenti e soffocati.

Un po’ alla volta ce l’avrebbe fatta.

Lei 

Ti penso, ti scrivo, cancello. E via così. Ho tante domande e non ho risposte. Ho bisogno di te e di stare con te. E di sentirti. Mi togli il fiato. 

Lui 

Mi piace aprire gli occhi con i tuoi sms . E` un po’ come aprirli con le tue carezze…un po’! 

Lei 

Le mie carezze fanno chiudere gli occhi. Mi specchio dentro di te. Ho voglia di perdermi dentro di te. Ma se mi inviti a pranzo sarò impeccabile. 

* * *

E` il lato sbagliato perché il cuore è a sinistra, anche il tuo, e perciò si affatica di meno se dormi sul lato sinistro.- 

Poi la sua mano si era insinuata tra il colletto del pigiama e la nuca, e aveva fatto una morbida carezza. Jacopo era sdraiato sul fianco destro e le dava la schiena, mentre lei gli era accanto in una delle rarissime occasioni rubate. Lui, se lo ricordava bene, era sempre sdraiato sul lato sbagliato. 

Ripensandoci non gli veniva in mente se si era girato dal lato giusto quella sera, oppure se era rimasto immobile, sul lato sbagliato. 

Forse era rimasto immobile. 

* * *

Si alzò, fece il giro del letto, spalancò le finestre e gli scuri. Fu investito dal rumore assordante dell’autobus che passava proprio lì sotto. Di fronte, il palazzo dell’università aveva sempre la solita faccia giallo senape un po’ contrita, quasi da carcerato. 

Ancora non aveva mai visto nessuno affacciarsi a quelle finestre. 

L’autobus accelerò con un gran stridore di motori. Sbuffò seccato per il rumore fastidioso. 

Si voltò, prese un lembo del lenzuolo e con uno strappo lo alzò facendolo rotolare verso la fine del letto. Così il letto poteva prendere aria, anche se per la verità, guardandolo adesso aveva tutto l’aspetto di un luogo violato, disfatto, distrutto. Quel letto dell’Ikea, basso, troppo basso, con il suo materasso incassato tra le travi di finto legno, le lenzuola blu scozzese finto lusso con le federe in tinta, aveva esattamente l’aria di chi aveva appena perso un’altra battaglia e non aveva più speranze. 

* * *

– Ma tu non hai le lenzuola bianche? Sai quelle di lino? Io le adoro. Ho solo quelle. 

– No, -aveva risposto- a me nessuno mi ha mai fatto il corredo, a me. 

Lei aveva riso tanto all’idea che nessuno gli avesse mai fatto il corredo, che nessuno avesse mai pensato di mettere da parte delle lenzuola di lino bianco per lui. E con le sue risate aveva riempito l’aria di allegria. 

– Beh, te le regalerò io, allora  – 

aveva aggiunto, guardandolo di sottecchi per studiare bene i                           moti del volto 

– Se vuoi. 

Jacopo era rimasto impassibile, stava sicuramente piegando il pigiama. Gli sembrava di ricordare di non aver dato risposte. O forse sì? 

* * *

Davvero una pessima giornata. 

Andò in bagno, poi salì la ripida scala e andò in cucina. Che razza di casa, pensò, la cucina e l’entrata di sopra e il reparto notte di sotto. Ma questo era ciò che offriva il mercato degli affitti nella fretta del gennaio precedente. Si grattò la testa e sbadigliò. 

La cucina salotto reparto giorno era tutta in ordine, ovviamente. Non c’era nessuno che potesse mettere in disordine quella casa. Era una casa vuota. Aprì le 2 porte finestre che si affacciavano anch’esse al palazzo dell’università. 

– Ma davvero davvero sei riuscito a trovare un appartamento proprio davanti a dove lavora mio marito? Ma sono cose da pazzi! 

e lei aveva riso ancora, nascondendosi leggermente dietro le tende mentre guardava quell’orribile palazzo che anche stamattina sembrava proprio un carcere. 

Preparò il caffè: mentre aspettava vuotò la lavastoviglie. Apparecchiò la tavola con la tazzina per il caffè, la tazza grande per il latte, la scatola di corn-flakes, il cucchiaino dal manico lungo. Appena il caffè fu pronto si sedette e mangiò. 

Lei 

Le tue carezze sono balsamo per me. E io mi cullo e rinasco. E continuo a pensare a ieri. Buona giornata. 

Lui 

Sono qui con Zucchero a (quasi) tutto volume e i tuoi occhi che mi osservano con la loro carica esplosiva! Ti bacio delicatamente. 

Una pessima giornata. 

La cucina era terribilmente silenziosa. Sebbene la stanza non fosse molto grande la trovò terribilmente vuota. Terribile, terribile, terribile. Un vuoto denso. Si alzò di scatto e andò ad accendere la radio. 

Tra il divano e la televisione giaceva la poltrona a forma di sacco. Vuota. Anche lei terribilmente vuota e silenziosa, nonostante la radio diffondesse una musica allegra. La scostò con un leggero calcio del piede. 

* * *

– Bellissima! Adoro questa poltrona a forma di sacco! 

Ci si era buttata a pesce a pancia in giù. Poi si era girata di scatto verso di lui che intanto metteva le tazze in lavastoviglie. 

– Me l’ha regalata mio cugino, saranno ormai 25 anni fa. Mi sa che la butto via. 

– Ma nemmeno per sogno!!! Non mi farai questo dispetto! 

– Ma non vedi come è sporca? L’ho portata dal tappezziere e non è possibile lavarla.  E` la mia “sboccio poltrona”. Ci ho fatto tante di quelle cose là sopra! 

– Ah sì? e con chi? 

Lui si voltò verso di lei, guardandola dall’alto, poi al solito, aprì la mano destra e cominciò a contare  

-Vediamo…una, due, tre, quattro… 

Poi si voltò nuovamente verso la bocca spalancata della lavastoviglie, ma senza farsi accorgere la guardò di sottecchi. Lei era tutta intenta a rotolarsi sulla poltrona che prendeva docile le sue forme. 

Chiuse dolcemente la lavastoviglie, fece due passi verso di lei, si inginocchiò e si sdraiò di fianco a lei. Lei cominciò a ridere, prese tra le sue mani la testa di Jacopo e ne cominciò a baciare la fronte e gli occhi. Un lieve profumo di caffè si insinuò tra loro. Lui infilò la mano sotto la maglietta di lei e sentì la pelle morbida e liscia. Ebbe un piccolo fremito e fece un lieve sospiro. Una luce lieve gli inondò le viscere. 

– Non ti ci provare a buttarla via. Lascia che ci pensi io a sistemarla. 

– Non è possibile sistemarla. 

disse sottovoce lui mentre cercava le sue labbra. Le trovò. Il sapore di caffè si fece più intenso. Arrivò direttamente al cervello. Il corpo di lei si adagiò su quello di lui e ne prese le forme. 

La poltrona sacco cedette morbida e silenziosa accompagnò i loro movimenti lenti. Lui allungò una mano verso lo stereo dove una voce gracchiava la pubblicità e la spense. Lei non se ne era nemmeno accorta. 

* * *

Mentre sorseggiava il caffè fece il punto della situazione. 

La sera prima era stato alla cena dalla signora Pagnan. Come al solito aveva mangiato e bevuto troppo. La signora Pagnan era una sua cliente da parecchi anni ormai. Lei e suo marito. 

– Mi raccomando – gli aveva detto qualche settimana prima la sua cliente per telefono – mi raccomando avvocato, la aspettiamo lei e …e chi vuole lei. 

– La ringrazio signora Pagnan, ma come le ho detto non sono accompagnato da nessuno, ormai mi sono separato da 6 mesi con mia moglie e perciò… 

– Oh, non voglio sentire storie, avvocato, sono sicura che verrà accompagnato. Un uomo come lei che resta da solo…, eh eh! Perciò vi aspettiamo per festeggiare il compleanno di mio marito. Faremo una festa in giardino. Ma stia tranquillo, siamo in pochi.Vi aspettiamo. Sa, i 75 anni sono importanti! Metto un posto in più oltre al suo! Eh eh.. 

* * *

(La telefonata era avvenuta mentre loro due erano nello studio: lei aveva sentito l’invito, e seduta composta al tavolo di cristallo nella stanza delle riunioni, aveva sorriso e aveva incrociato le mani sul tavolo lasciando una lieve impronta sudata. Aveva aspettato la fine della telefonata giocherellando con i bigliettini da visita che erano posati sul centro del tavolo ovale, lo sguardo concentrato sul nulla. Poi, finita la telefonata, mentre rimetteva i bigliettini da visita nel loro posto, al centro del tavolo, allungandosi lenta sul cristallo per poi rialzarsi con i capelli che le scendevano sulla fronte e gli occhi neri che lo fissavano diretti, aveva detto: 

– Devi dire alla signora Pagnan che sono davvero mortificata, ma proprio non posso venire a cena con te quella sera. Devi dirle che mio marito non apprezzerebbe. Ma dille che per il prossimo compleanno ci sarò senza dubbio!!! Dille che mi dispiace tanto non venire …

e aveva terminato le parole sedendosi sulle cosce di Jacopo che l’aveva accolta sorridendo.) 

* * *

Poi c’erano le poesie. Lui le vedeva formarsi nei suoi occhi quando scuri si perdevano nel vuoto, o lo osservavano in profondità. Lui vedeva che nel suo cervello, in fondo, si depositavano le immagini e le emozioni che presto sarebbero sbocciate nelle poesie che lei scriveva per lui. Potevano essere seduti a tavola, o sdraiati sulla poltrona, o a passeggio per le strade di Padova,  o nel suo studio.

 Lui le vedeva cadere leggere nel fondo della sua mente e aveva imparato a capire che qualcosa sedimentava dentro di lei e piano piano sarebbe fiorito per poi sgorgare con urgenza, con un bisogno impellente di dire e di esprimersi in qualunque modo. 

Ciò che a volte il cervello bloccava nel suo fluire verso la bocca e trasferiva nelle danze delle mani, le sue poesie dicevano in maniera netta e sorprendente, per lui. 

Al posto delle mani che rotolavano, arrivavano come lampi di luce le sue poesie.  A Jacopo non importava se le poesie avevano la metrica giusta e sicuramente non la avevano ma avevano un loro ritmo preciso e soprattutto risuonavano armoniche dentro di lui. 

Erano le parole che lei scriveva per lui e lui era in grado di capirle tutte.  Erano le prime poesie che riceveva, ma non solo: erano i primi segnali forti di una passione soffocata, di un’attività sopita nel cuore di lei, schiacciata nel profondo dalla vita quotidiana e trillavano su di lui, risuonavano nel suo inconscio. 

Lui le aspettava e le sollecitava con cautela. 

Ne riconosceva l’origine, le pause, i punti a capo.

Le riceveva, le stampava e le poneva con cura in una cartella segreta, infilata tra i documenti che conservava nella sua libreria assieme alle sue e-mail. 

Adesso non arrivavano più nemmeno le poesie, ovvio. 

Intanto Jacopo, una mattina, aveva preso la cartella in cui le aveva conservate gelosamente e l’aveva nascosta dietro i vecchi libri di giurisprudenza che aveva nella parte superiore della libreria. Anche solo vedere la costa leggera della cartella gli aveva procurato un senso di disagio, ma non aveva mai avuto intenzione di sbarazzarsi delle sue poesie. 

Adesso sapeva che giacevano là dietro, e spesso se le dimenticava. Anche queste si sarebbero presto impolverate e sarebbero svanite nella sua coscienza, galleggiando lievi e lontane, verso un posto dove la memoria non conta più.

Jacopo sapeva che comunque sarebbero rotolate  dentro di lei ancora per molto tempo. Sperò di sbagliarsi.

Erano e sarebbero state per sempre solo le sue poesie.

Io soffro 

ma non voglio dirtelo. 

Io piango a volte, da sola nel parco 

mentre corro. 

Così il fiato torna ad essere corto, affannoso, 

bloccato. 

Poi finalmente esplode, l’aria entra ed esce liberamente 

e io mi aggrappo alla rete con le mani e con la mente, 

nascosta dietro le piante 

che nessuno mi veda 

e piango. 

Ma non voglio dirtelo. 

A volte soffro, quando sono con te. 

Il grumo di nero si accartoccia 

mi stringe 

e mi blocca 

impedendomi di parlare. 

E mi frena, 

mi fa sollevare il capo all’improvviso 

mentre tu ti chini su di me, 

mi fa ritrarre indietro, 

mi fa vergognare di me stessa, 

appoggiarmi al muro 

voltarmi, 

e mi urla di scappare 

mentre muovo le mani 

per vedere se le posso muovere. 

A volte soffro 

ma non voglio dirtelo. 

Non vedo il futuro, 

non vedo il presente, sono cieca, 

vedo che lei tornerà a prenderti prima o poi 

verrà e ti chiamerà indietro. 

Non lo so che cosa farai, allora, 

non lo so che uomo sarai 

quel giorno. 

Ma più delle mie lacrime, 

dei singhiozzi silenziosi 

e solitari senza possibilità di consolazione, 

più del grumo nero 

che mi impedisce di piangere con te 

e prosciuga gli occhi e il sentire. 

Più di questo passato sempre presente 

più di questo presente così pieno di futuro 

un futuro che non sento mio, 

dei miei figli, ma non mio, non più. 

Sento sottile, leggera, 

potente, luminosa 

la forza che sale 

dalla terra 

animata dal tuo respiro, 

si attorciglia sulla spina dorsale 

mi dà fiato 

mi guarda con i tuoi occhi. 

Mi illumina, 

prepotente e timida 

mi bacia 

mi avvolge e mi spoglia 

mi copre e mi protegge 

da me stessa. 

E’ una forza che tace 

che si pone dolcemente 

che chiede solo tempo 

che non affonda, non colpisce 

non comanda, non penetra, non impone 

non domina. 

E ancora mi avvolge, 

mi spoglia 

mi copre e mi protegge, mi abbraccia 

e si stende sopra di me 

forte e saggia 

piena di certezze e di dubbi 

ma sempre mi ascolta. 

E` la forza del mio guerriero 

che mi copre delle sue armature d’oro 

riempiendo i miei forzieri di tesori 

che credevo perduti. 

E` la forza del mio guerriero 

Una pessima giornata. Aveva la bocca leggermente impastata. Il caffè era troppo forte e il latte un po’ annacquato. La radio gracchiava ancora la pubblicità. 

* * *

(- Non guardare, non guardare!! 

Lui stava controllando l’acqua della pasta che sobbolliva. Prese il mestolo di legno e girò la pasta. Lei era entrata con un sacchetto in mano. La sentiva muoversi e respirare. 

– Non guardo, non guardo. 

Invece si era girato di pochissimo e aveva visto che lei alzava il sacco poltrona, lo sbatacchiava, e respirava forte ed era tutta impegnata a fare qualcosa che lui non capiva.

– Aspetta, eh? Aspetta a voltarti. 

Il sacco si sollevava e ricadeva a terra. Poi ci fu silenzio. Lui si era voltato di nuovo verso la pentola e sentiva il lieve rumore dell’acqua che sobbolliva allegra. Si sentì sereno. Era da tanto tempo che non si sentiva così sereno. 

– Ecco. Magari non ti piace, ma, insomma, è un tentativo. Adesso puoi guardare. 

Jacopo si voltò. 

Lei era in piedi, si era tolta le scarpe. Davanti ai suoi piedi nudi giaceva la sboccio poltrona rivestita con una stoffa bianca a chiari disegni verdi. La poltrona era come nuova. Lui guardò il sacco, stupito. 

 – Beh, insomma, ho fatto un tentativo. Se non ti piace il colore basta comprarne un altro. 

– Ma come hai fatto? 

– E` un copri-piumino di mia figlia. Vedi? Basta che ne compri uno più bello. Che ne dici? Non ti piace? 

Si era appoggiata alla porta finestra e aveva messo le mani dietro la schiena, assorta nel capire l’esitazione di Jacopo. 

La poltrona era bellissima. Nuova. Lui si sentì allegro. Sorrise. Un sorriso che saliva dal fondo, come le bolle di sapone che faceva da bambino. Una azzurra bolla di sapone che si sollevava leggera e scoppiava sorpresa tra di loro. 

Si sentì felice. Il timer trillò. Erano già passati i 6 minuti di cottura.

– E` bellissima. Vieni dai che dobbiamo scolare la pasta. 

Lei si avvicinò al gas e con gesti misurati prese la pentola e la rovesciò nello scolapasta. Lui le si avvicinò da dietro con cautela, le cinse i fianchi, posò le mani sul suo ventre e le baciò il collo. 

– E` bellissima. 

Per una frazione di secondo lei si era irrigidita, ma poi Jacopo sentì che si scioglieva mentre il vapore dell’acqua calda saliva impetuoso in una nuvola bianca e spariva nel nulla. Lei appoggiò la pentola nel lavandino. Posò le sue mani su quelle di lui e fece un profondo respiro, come se volesse respirare tutto il vapore. Inclinò il capo verso quello di Jacopo e le loro guance si toccarono. 

– Dai, che devo condire la pasta 

ma era rimasta immobile così, con le loro mani posate sul suo ventre e le loro guance vicine.

– Sì, dai, dai, dai, mangiamo che ho una fame da lupi. 

E lui sciolse l’abbraccio.) 

* * *

Durante la cena, verso la fine, il signor Pagnan l’aveva fatto alzare e con la scusa di andare a prendere un liquore l’aveva preso sotto braccio e l’aveva condotto all’interno della casa. 

Entrati nel salotto, il signor Pagnan aveva lasciato il suo gomito e si era avvicinato a grandi falcate verso un mobile basso anni 70, dove c’era un vassoio tondo pieno di bottiglie di liquore. Da lì aveva cominciato ad armeggiare tenendo il capo chino e Jacopo aveva notato le spalle curve, la giacca forse un po’ troppo grande, il lieve tremore di una delle mani del signor Pagnan. Con lo sguardo aveva accarezzato tutta la stanza e poi era tornato sulle spalle e la schiena del suo ospite che era ancora intento a preparare da bere. Su un ampio vassoio d’argento brillavano vuote due bottiglie di cristallo con i bicchieri larghi e bassi intagliati in mille sfaccettature. Vicino le bottiglie di liquore con le loro etichette ben in vista. Di fianco, un contenitore termico scintillante conteneva cubetti di ghiaccio che evidentemente la padrona di casa aveva preparato per tempo. La pinza d’argento era posata su un piattino. Era tutto così diverso dalle case dei suoi amici ma tutto così vicino. Una cosa che risuonò famigliare a Jacopo: pareva di essere a casa di sua madre, dove tutto era rimasto immobile all’età d’oro degli anni 70. Tutti mobili e suppellettili di lusso ma vecchi di 40 anni: né antichi né nuovi. Sua moglie, la sua ex-moglie, li avrebbe descritti come “fanet”. 

Tutto così assolutamente diverso dagli arredamenti minimali che erano di moda adesso.

Il signor Pagnan gli versò del whisky, senza chiedere se aveva preferenze. Poi prese un bicchiere anche per se’, ci mise un cubetto di ghiaccio e versò dell’altro whisky. 

– Sa, avvocato, devo farle una confessione: questa festa, è tutta una cazzata che ha imbastito mia moglie. 

Mentre il signor Pagnan parlava, Jacopo, con un tempismo di cui sempre si pentiva perché spesso inopportuno, aveva sollevato con un gesto lieve e simbolico il suo bel bicchiere dall’impugnatura larga verso il suo ospite e aveva fatto il cenno come di un brindisi. L’altro non aveva raccolto l’invito e prima di parlare aveva trangugiato con un bel sorso il proprio whiskey, come fosse acqua color oro. Jacopo rimase un attimo interdetto, aveva percepito come un piccolo allarme rivolto a non si sa chi, e pertanto preso un bel respiro bevve un sorso di liquore. Il ghiaccio tintinnò. 

– Io la lascio fare, ma cosa vuole… sono un uomo finito. Mi hanno diagnosticato un linfoma. Una forma maligna di leucemia. Non ho speranze. E anche mia moglie lo sa. Ma deve essere un segreto, lei è l’unica persona che lo sa, finora. Non deve saperlo nessun altro. 

A Jacopo il whisky era scivolato giù diretto fino alla bocca dello stomaco: aveva percorso una strada tortuosa veloce come un razzo. Avrebbe potuto fare un disegno delle proprie budella, se solo fosse stato capace di disegnare. 

Ricordandosi dell’episodio della sera prima, Jacopo pensò che certamente quella giornata sarebbe stata una pessima giornata. 

Erano dovuti tornare in giardino: le bottiglie di liquore erano rimaste all’interno. La serata aveva preso un po di verve. Gli ospiti seduti al suo tavolo erano persone interessanti e uno di loro raccontava in maniera composta e gradevole le vicende del figlio e della nuora alla ricerca di una casa tra Padova e Monselice. Ma Jacopo non era riuscito a digerire.

A mezzanotte, con i primi ospiti che si erano alzati, anche lui si era congedato. 

La cucina era così silenziosa nonostante la radio accesa. 

Si alzò di scatto, sparecchiò, caricò la lavastoviglie e scese al piano inferiore. Tolse il pigiama, lo stese sul letto e poi andò in bagno. 

Lei 

E adesso come va? Me la dai la buonanotte? La aspetto. Ti bacio. 

Lui 

Va male! Mi manchi da morire! Sto leggendo sulla mia sboccio poltrona e ti vorrei accanto per ridere e baciarci tutta la notte. Mi sa che prima o poi ti chiederò di metterci insieme… 

Lei 

Mi sa che prima o poi ti dirò di si. Ma mi chiedo quando mai avremo il tempo per stare vicini e sentire i brividi. Intanto pensami nel tuo studio… 

* * *

(- Uh ma quanto ci stai in bagno!!! Sei come gli indiani che fanno le abluzioni mattutine? 

la sua voce squillava dalle scale. 

– Ablu..che? Abluzioni? E che cosa sono? Come parli difficile… 

Anche senza vedere, lui sapeva esattamente in che posizione era lei: a piedi nudi, con addosso la t-shirt di Jacopo con cui aveva dormito, seduta a metà scala, la schiena appoggiata al muro, le gambe sollevate e posate sulla ringhiera. 

Lei stava ferma lì tutte le mattine in cui si erano svegliati insieme. Lei aspettava che lui uscisse dal bagno. E lo prendeva un po’ in giro.

– Embe? Ho le mie manie anch’io! 

E il resto della frase si era fermato in gola (mica solo tuo marito) ma aveva avuto la strana sensazione che forse lei aveva percepito anche ciò che lui aveva fugacemente pensato. 

Usciva dal bagno avvolto nell’accappatoio, più spesso nudo,  accompagnato dai profumi di sapone e shampoo e dopobarba e dal lieve odore di umido che emana un corpo asciutto appena uscito dalla doccia.

Alzava il capo e sorrideva vedendola dondolare le gambe nel vuoto. Poi entrava nella camera da letto per vestirsi. Lei sorrideva silenziosa, un largo sorriso silenzioso dall’alto della sua posizione, là a metà della scala.) 

* * *

Lei 

Popoli le mie notti e i miei giorni ma adesso ti penso solo e mi dispiace. Ti voglio ma ho paura per te. Poi penso che faremo la strada insieme e sto meglio. 

Lui 

Siii. E poi farmi l’aperitivo senza il tuo sorriso e le tue labbra dolci di vino bianco… non è possibile. Ti amo! 

Si vestì. Rifece velocemente il letto. Chiuse le finestre. Risalì le scale. 

Prese le chiavi di casa dalla mensola, le infilò nella toppa della porta e diede due vigorose mandate per aprirla. 

* * *

(- Ah già è chiusa! 

Ogni volta lei prendeva in mano vigorosamente la maniglia della porta di casa e la abbassava con forza per aprirla. Ma quella era chiusa. 

Allora si fermava davanti alla porta, ogni volta si stupiva e si preoccupava che la porta fosse stata chiusa tutta la notte e che le chiavi non fossero infilate nella toppa, ma messe sulla mensola. Ogni mattina la sorpresa era reale, la paura una impressione veloce, l’imbarazzo confuso in una risata, il respiro trattenuto e poi rilasciato appena sul pianerottolo. Ogni volta lui sorrideva, chinava il capo e apriva la porta con calma.) 

* * *

Lui 

Dio se mi manchi! Se le tue labbra mi stordiscono, se la tua pelle mi inebria! Ti vorrei qui anche se sei pericolosa! 

Lui 

Non riesco a stare senza te nemmeno mezza giornata. Non so come farò oggi a Monselice e… come faremo nella vita! 

Lei 

Proviamo a vivere senza pensare al futuro. Il futuro oggi mi distrugge. Nel pomeriggio mi faccio trovare da qualche parte. Che passione! 

[3/9]Estate: impressioni sui primi giorni di mare

due brevi racconti insieme sul mare, i costumi da bagno, l’età che avanza e altre amenità.

pagina Facebook: https://www.facebook.com/ninaepensieridicorsa/

Musiche originali di Massimo Moretti per MaxMoreMusic

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[2/9] estate: la Zarina e l’essere figlia

da un racconto del 2017, dedicato a tutti coloro che hanno una Zarina come madre.

Padova, la Zarina e il mese di luglio.

E’ un giovedì di un luglio caldo, umido, soffocante. Alle ore 17.00 spengo il computer: ho deciso che non regalo a Mangiafuoco nemmeno un minuto in più della mia vita perchè non se lo merita. Questo lavoro mi salva e mi uccide nello stesso tempo. Generalmente in sei ore sbroglio più di 120 email e una trentina di telefonate. Quando va bene.
Ma, mi dico, va bene anche così.
Il deumidificatore è zeppo di acqua ma nella stanza ci sono comunque 30 gradi. Ho bisogno di una doccia. 
Il cane, vedendo che chiudo il computer e metto a posto le carte, si solleva dalla sua pigra attesa, scende dal morbido cuscino da cui non mi ha mai perso d’occhio e comincia a scodinzolare felice. Il messaggio è: – adesso tocca a me? andiamo a caccia? eh? mi porti giù? eh? dai su! Andiamo!-
Spengo il cellulare del lavoro e in quello squilla il mio: ore 17.02, la Zarina dalla Liguria.
Guardo il suo nome sullo schermo e faccio mentalmente calcolo di cosa ho fatto ieri: a volte non le rispondo e la chiamo quando so che è indaffarata a preparare la cena, o a prendere il pulmino per tornare dal mare, così mi liquida in quattro e quattr’otto. Ma ieri mio padre è stato poco bene, bisogna che io risponda.
Faccio scivolare il dito sullo schermo e dico:- ciao? come va?-
Poi metto il viva voce. Vado in bagno, mi sciacquo la faccia, passo le mani bagnate sulla testa, mi spruzzo un po’ di profumo che mi fa sentire un po’ meglio, mentre il cane gira intorno a me ponendomi la stessa domanda:- Allora? che fai in bagno? andiamo giù?-
La voce della Zarina è amplificata dalle piastrelle del bagno. Racconta che stamattina hanno preso il pulmino alle 9 e sono andati alla spiaggia dove il mare era meraviglioso, l’aria fresca e l’acqua tersa. Ha fatto il bagno andando fino alla boa. Cento bracciate, le ho contate sai!
ma bra…-
Lei non sente la mia voce: è intenta a raccontare che il papà è rimasto seduto al bar della spiaggia mentre lei nuotava. Il cane salta che sembra un capretto. 
Vado in cucina: apro il frigo e bevo direttamente dalla bottiglia. Poi prendo gli occhiali da sole, il guinzaglio, le chiavi e la spazzatura. 
Esco di casa e chiudo la porta. La voce della Zarina si spiaccica sui muri del pianerottolo, rimbalza nel vano scale silenzioso e buio, cerca una fuga verso il basso, poi risale, ritorna su e cerca sfogo dalla porta della terrazza condominiale. Se è vero che un battito d’ali in Asia può modificare l’assetto mondiale chissà cosa succederà adesso…
Chiamo l’ascensore: è una gabbia di Faraday, in cui manca sempre il segnale. Provo a dire:- Sto entrando in ascensore può darsi che…-
Ma è inutile: lei non mi sente. Racconta che ha ordinato un Mojito al bar perchè ormai uno ogni tre giorni non può assolutamente far male al suo diabete, che peraltro non misura perchè comunque ha mangiato solo…(e inizia il menù della cena, un menù per due anziani soli, al mare, d’estate). Con mio massimo stupore, la comunicazione in ascensore non si interrompe. La sua voce si addensa nella gabbia di Faraday rossa, non mi guardo allo specchio, cerco di costruire uno schermo intorno a me per non essere uccisa dalla densità di umido e caldo e voce e sguardo implorante del cane che ancora non ha capito perchè per uscire di casa dobbiamo prima entrare nella scatola rossa, mentre dal viva voce del telefono il racconto si sposta sulla signora Scibetta, te la ricordi la signora Scibetta? – Mah, no…- riesco a dire e quello lo ha sentito e quindi comincia il:- Ma come! ma sì che te la ricordi, è quella signora che ha due figlie che…- e continua la serie di relazioni parentali della signora Scibetta, finché io, davanti alla meraviglia delle porte dell’ascensore che si aprono dico- Ah sì, dai me la ricordo- . -Non è vero- ribatte la Zarina che sorvola comunque benevola su questa mia perdurante mancanza di conoscenza delle sue amicizie e riprende a raccontare della figlia della signora Scibetta, che è dimagrita, si è separata e adesso vive…
Il cane tira il guinzaglio verso il portone e nel farlo lo arrotola intorno al sacchetto della spazzatura in cui due fette di anguria cercano in tutti i modi di forare la plastica con le punte aguzze della loro buccia verde e rossa in mezzo agli scarti di cibo umido e acquoso. Appoggio il sacchetto in terra, metto il cellulare nella tasca del vestito, sbroglio il guinzaglio del cane, apro il portone, riprendo in mano il cellulare. La Zarina mi sta raccontando della cugina, dello zio e della vita a Pieve di Teco dove la Zietta P&L ha la sua casetta ( e mi affaccio in via Tiziano Aspetti alle 17.08 di un giovedì di luglio dove l’umidità si è avvolta in un abbraccio mortale con lo smog e il rumore del traffico e il sudore impedito di persone che sembrano zombi, ma cosa ci faccio io qui, si domandano mentre il sole a picco sembra alto sullo Zenit ma è solo l’effetto dell’asfalto che brucia, del riflesso sulle finestre chiuse, del rabbioso insistere di aria condizionata all’interno dei negozi che buttano fuori aria calda) e la voce della Zarina che racconta di Pieve di Teco mi porta alla memoria gli ulivi verdi sulla terra sassosa e aspra, i portici alti, le ombre nette e l’aria calda e pulita, mentre qua io sono immersa in un abbraccio mortale. Il cane decide che io sono una stupida ad aspettare chissà cosa e si lancia sicuro sulle strisce pedonali a semaforo rosso, mentre le auto sigillate sfrecciano e inquinano e rumoreggiano, così preoccupate di raggiungere la meta e scappare dal luogo in cui sono io ora. Trattengo il guinzaglio, la spazzatura oscilla, la buccia d’anguria buca finalmente il sacchetto che gocciola lento ma il semaforo ora è verde per noi, attraversiamo le rotaie lucide del tram, raggiungiamo il bidone, ne apro il coperchio e getto il mio sacchetto insieme agli altri mentre un odore di cibo in decomposizione sale e il sole batte inesorabile sulla mia testa mentre il rumore del traffico mi avvolge tutta ma non sovrasta la voce squillante e giovanile della Zarina che parla felice e sicura e racconta che hanno passato il pomeriggio in giardino dove hanno visto un gattino avvicinarsi mentre papà, sdraiato sulla sua poltrona, finge di leggere il giornale, costretto come è nel suo loop di mancanza di memoria, una sfera immobile in cui lui si è accomodato, dove le parole del giornale non hanno più senso ma tenere il mano il quotidiano ha ancora una sua funzione primaria per lui.
Mi allontano veloce dalla strada trafficata, entro nelle stradine dell’Arcella che sono deserte mentre dal cellulare la voce continua, inesorabile. Ci sono due cinesi che vengono verso di me e mi guardano incuriositi sentendo la voce ma io non ce la faccio a mettere il telefono in modalità normale e portarmelo vicino all’orecchio, così proseguo la mia passeggiata lenta, all’ombra delle casette costruite nel dopoguerra, tutte a due piani, con il loro terrazzino e il giardinetto intorno, ora sempre più bisognose di una mano di bianco e di un ammodernamento, ma questi non sono i tempi per spendere i soldi nell’abbellimento delle facciate. 
Arriviamo finalmente al parchetto, dove il cane smette di tirare e tuffa la testa nell’erba secca e gialla, alza la gambetta con gesto atletico e segna il territorio come suo. Io tengo il cellulare orizzontale in mano. Il traffico ora è lontano, in questa parte del quartiere non si sente nessuno, solo il caldo umido, il marciapiede rovente, le cicale che gracchiano assordanti e la voce della Zarina che mi racconta come Wei Lang ha insegnato alla Zietta P&L a cucinare i peperoni alla maniera cinese:
-Allora, prendi i peperoni, li lavi bene, li tagli a rombi, sai come i cinesi tagliano a rombi i peperoni?
(silenzio, tanto so che non mi sente)
-allora lo sai? Hai capito come fanno?
-Sì, li taglino a rombi
-Sì ma sai come?
Non so perchè ma vorrei morire, ho due avvisi di Messenger e almeno tre audio di Whatsapp che mi sono arrivati ora, vedo sullo schermo che la conversazione dura ormai da circa 18 minuti e io non ho mai parlato ( e mi viene in mente quando ero sposata i primi tempi, e la Zarina mi chiamava e dopo un po’ mio marito mi si avvicinava preoccupato e mi diceva:- ma che fai in silenzio al telefono?- – E’ la Zarina- dicevo io, e lui sorpreso non poteva capire come fosse possibile stare al telefono con una persona che non lascia mai interloquire, ma con il tempo lo capì).
Rallento la mia pigra camminata fino al momento in cui mi fermo per vedere sullo schermo chi mi sta cercando quando una signora atletica, con un vestitino a fiori e l’aria riposata mi si avvicina e mi guarda incuriosita. Io le sorrido e lei mi dice:
-come tagliano i peperoni i cinesi?
E come se fosse la cosa più ovvia del mondo io le dico:
– a rombi
Lei annuisce e si mette in attento ascolto:
-… poi aggiungi al soffritto delle acciughe che io ne avevo ancora poche di quelle sotto sale che mi ha regalato il Balinciu e le fai spappolare con l’aglio e…
– è la radio?
mi chiede sottovoce la signora.
Io le sorrido e scuoto il capo mentre il cane tira i cinque metri allungabili del guinzaglio perchè ha sentito un odore proprio poco più in là a dove gli sarebbe consentito arrivare. 
– poi aggiungi il vino ma io ho messo la birra, anzi no, ho messo il vino che papà non aveva finito al pranzo e mi sono dimenticata di mettere in frigo…
la signora mi guarda e dice:
– ma le fa in padella o al forno?
A me la situazione pare surreale: il cane ha desistito, è tornato indietro e adesso punta un piccolo merlo che becchetta nel prato. 
– E poi le metti in forno.
– ah, lo sapevo, e ci mette anche il limone?
– il limone? – chiedo io.
– Poi ho anche la ricetta delle melanzane. La vuoi?
La signora che pareva andare di fretta, scuote il capo in senso affermativo e dice al mio cellulare:
– sì
– allora, prendi le melanzane e le lavi…
La signora accanto a me annuisce e prende mentalmente nota. Il cane si è abbassato, le orecchie a punta sbucano dai venti centimetri dell’erba secca, il merlo becchetta quando con un balzo il mio cane gli si avventa contro dando uno strattone al guinzaglio che si snoda per i suoi cinque metri. Il merlo vola via, il mio braccio destro è tironato mentre con il sinistro sto facendo ascoltare alla signora sconosciuta quella che pare essere la migliore maniera di cucinare le melanzane (d’estate, con il caldo e l’umidità e lo smog, e Mangiafuoco, e il Circo in cui tutti sono matti, e Missitalia che mi scrive che vuole andare a Dublino da sola con un ragazzo, e il FiglioZen che mi chiede dove sono, e le cicale che fanno chiasso nel praticello infelice di un angolo dell’Arcella e una sconosciuta che ascolta la Zarina in viva voce mentre non smette mai di parlare).
Mi guardo intorno e mi pare sorprendente che l’unica a giudicare out fo standard questa situazione, sono solo io.
Ma la ricetta delle melanzane finisce miseramente in un: “non mi ricordo più bene cosa mi ha detto di fare poi, adesso la chiamo e glielo dico che adesso la ZIetta P&L è andata in piscina, e poi deve venire tua cugina e lo zio a salutarci. Ah non ti ho detto di tuo zio…”
E riprende a raccontare mentre la signora mi guarda e mi dice:
– quindi? le melanzane?
– eh, – le dico io- non saprei.
Comunque nei peperoni ci metto sempre un po’ di buccia di limone grattugiata. 
– sì
– glielo dica
– sì, certo
– Ma lei è di qui? Torna anche domani?
Penso che potrei essere in una candid camera. Però rispondo lo stesso:
– sì, sono sempre qua io.
– ah, non ti ho mai vista. Beh, scusa, ma devo andare. Grazie eh
– … e quindi sono andati tutti a Pontedassio che c’era un caldo che non ti dico e poi…
Io ho notato il passaggio da lei al tu: adesso il cellulare scotta, chissà se a lungo andare farà male alle mani tenere il cellulare, ma quando ho perso del tutto le speranze che la Zarina smetterà mai di parlare, mi dice:
– beh, ti ho detto tutto. Anzi no, mi sono dimenticata perchè ti ho chiamato: hai pagato il bollettino dei miei contributi?
– No, vado domani
– ma come domani! Guarda che scade.
– Sì ma sono in tempo
– no, prendilo e vedrai che scade
– non posso adesso, sono fuori con il cane
– ah sì? beh allora domani pagalo, mi raccomando, ah guarda, sono già le sei, bisogna che vada. Ciao allora.
Click.
Metto il cellulare in silenzioso, non guardo gli avvisi che mi sono arrivati. Bramo la mia camera da letto fresca con il condizionatore che va, una bella doccia e il silenzio. Magari il mio ipad con cui scrivere della Zarina, del caldo, del mese di luglio e dell’essere figlia.

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Un articolo ogni cinque giorni, per essere sempre aggiornatI

Estate [1/9] Il mare e la vita

Il mare segna per sempre la mia infanzia già popolata da una ricca vita interiore.

[7/7] la fase 3 e Mangiafuoco

Penso che ognuno di noi abbia il suo Mangiafuoco al lavoro. Questo è il mio ed è anche il tempo della riscossa.

[6/7] la fase 2 e l’Arcangelo Michele

Non c’è niente da fare, anche in piena pandemia sono in grado di raccogliere da terra una carta che “mi parla”.

[5/7] La Zarina, il Venerdì Santo e il triduo pasquale

Quando anche le Zarine cominciano, dopo 30 giorni di pandemia e chiusura, a dare segni di cedimento, allora bisogna agire.

[4/7] la fase 1 e la responsabilità

La Fase 1 implica silenzio e senso di responsabilità e la tanto abusata resilienza.

[3/7]la crescita e il fare

Per salvarmi dall’ansia mi aggrappo alle piccole cose.