[3/7]la crescita e il fare

il 23 marzo 2020, a volte conviene davvero proseguire a piccoli passi.

Stamattina mi sono svegliata alle sei, riposata, con la sensazione di stare bene, come se fuori non ci fosse l’Apocalisse che paventa la Zarina.

Poco dopo colazione ero fuori con il cane; a quell’ora c’è più traffico che alle 12.00. Ovvero, qualche furgoncino sfreccia veloce lasciando dietro di sè una striscia puzzolente che ora mi è intollerabile (come se io non avessi vissuto tutti i miei anni in una città puzzolente e terribilmente inquinata).
Alle sette ho dato lo strofinaccio sui pavimenti della casa, guardando con grazia le due paia di scarpe (un paio nere e un paio di crocs) che uso per uscire: – Appena finisce sto delirio vi butto, care mie, perchè avrete finito la vostra funzione-
Prima delle otto mi sono messa a scrivere: ho scritto tre o quattro righe e poi mi sono fermata. Non sapevo più che scrivere. Quindi ho cancellato tutto. Non è tempo per me di fare cose che non vi vengono facili.
Alle nove ero al mio computer di lavoro: ho trovato un Mangiafuoco spaventato che mi ha chiesto aiuto. Mi sono attaccata al telefono e ho rintracciato camion che si sono persi, parlando via whatsapp con i turchi terrorizzati perchè non hanno accesso alle informazioni che abbiamo noi, non si sentono protetti in nessun modo, non hanno la minima idea di come difendersi. A chi me lo ha chiesto ho dato il sito italiano del Ministero della salute, a qualcun altro ho spiegato che passa attraverso le mucose, ad altri ho cercato di dire che passerà. Ho lavorato come una stupida tutta la mattina, proprio oggi che pensavo che la chiusura dell’Italia e quella autonoma di alcune aziende turche mi avrebbero costretto a non fatturare le mie ore di lavoro a cottimo. E invece, vedi un po’, lavoro più degli altri giorni.
Alle 12.00 mi sono attaccata alla macchina da cucire e ho finito i pezzi che avevo impostato ieri: li ho spillati al cartone attaccato al muro e mi sono resa conto che dovrò apportare delle modifiche, perchè così non va.
Nel frattempo mi sono aggiornata sulla situazione mondiale: mi arrivano le notifiche da alcuni social a cui mi sono iscritta. Io voglio sapere cosa succede nel mondo. La foto della California con tutta la gente pigiata in barca a ridere e prendere il sole mi ha fatto male.
Alle 12.30 ho attaccato il mio iPad all’altoparlante e ho seguito la mia lezione quotidiana di Nody Groove (una app bellissima, i primi trenta giorni gratuiti) e ho ballato in sala come se non ci fosse un domani mentre MissItalia, chiuse le porte, continua a seguire il suo corso dal Politecinco, con la voce sempre così tranquillizzante della sua insegnante del lunedì.
Penso che i nostri ragazzi siano costretti a crescere in fretta. Ma mi sembra che ce la stiamo facendo alla grande.
Mi domando se gli adulti sono in grado di crescere con altrettanta facilità.
Ma al momento sono quasi le due, io ricomincio il mio lavoro di back office.
Al momento va bene così, poi si vedrà.

Il silenzio e la responsabilità 29 marzo 2020

sono le otto di una domenica mattina, del mese di marzo 2020.

il mio cane quindicenne, dopo che ci ha fatto credere che stava per morire, stamattina sta bene e vuole scendere per fare i suoi bisogni. Prendo la spazzatura, mi cambio le scarpe e indosso quelle nere che ormai odio, sempre ferme davanti alla porta di casa con tutti i loro germi accumulati sulle strade deserte in queste settimane di quarantena. Le odio ma le apprezzo; stringo i lacci prendo il guinzaglio ed entro nell’ascensore, anch’esso potenziale sterminatore.

Apro il portone e sono in uno stato di trance: il silenzio è irreale perché non ci sono nemmeno i camioncini che di solito portano le derrate alimentari ai supermercati. Il silenzio non è solo di questa zona della città, ma sale da tutta la città, manca il rombo sottile che di solito è in sottofondo.

Sono settimane che attraverso la strada senza nemmeno guardare il semaforo pedonale, ma sono immersa nei miei pensieri, anzi, non penso proprio a nulla, sulla destra il guinzaglio, sulla sinistra il sacchetto con l’umido.

Mentre to attraversando la strada vedo un uomo che avanza zoppicando; anzi, ondeggia, mi guarda senza vedermi, appoggia una mano al muro e vomita.

Poi rialza la testa e mi guarda. In giro non c’è proprio nessuno. 

Infilo la mano destra nella tasca dove c’è il cellulare: potrei chiamare il 113 se mi si avvicina, ma poi penso che potrebbe rubarmi il cellulare.

Allora stringo con forza le chiavi di casa, con quella lunga come fosse un pugnale.

Mi fermo e cerco di evitare il suo sguardo. Sono nel mezzo e non so se proseguire verso di lui o tornare indietro attirando di più la sua attenzione e senza avere la possibilità di vedere cosa fa.

Fingo che il cane abbia qualcosa e mi accuccio proprio sulle rotaie del tram: metto velocemente le chiavi nella mano destra e il guinzaglio nella sinistra. Lui tace e riprende a camminare, sembra così ubriaco da non potersi reggere in piedi. Sono le otto del mattino e per la strada ci siamo solo io e lui e il mio vecchio cagnetto malaticcio.

Mi si spalanca davanti agli occhi lo scenario futuro possibile: il pericolo di uscire di casa da sole in una città deserta, ma tutta deserta, tutta silenziosa, nemmeno una persona sul terrazzino che prende aria.

Lui mi supera e prosegue il suo camminare incerto, potrebbe avere 30 anni, forse, penso io, sta male di suo, forse non è ubriaco.

Decido di attraversare la strada mentre il mio cervello furiosamente si mette in modalità difensiva: faccio così, poi faccio cosà, e poi…

Sento arrivare una automobile, che però sta andando piano, silenziosa e lenta e allora mi volto e vedo che in cima ha i lampeggianti spenti e quindi mi metto sul ciglio della strada, il mio bel sacchetto giallo dell’umido nella mano sinistra, il mio cagnetto malaticcio che non capisce perché ho deciso improvvisamente di fermarmi, e alzo l’indice della mano destra, ma di poco, lo sollevo davanti al petto incerto perché mi rendo conto che l’emergenza è solo nella mia testa, non “è successo niente”, è solo il senso di allarme e pericolo che da settimane ci attanaglia, è la mia amica negli Usa che mi parla di genocidio perpetrato da Trump, è la mia amica in Australia che è terrorizzata per il suo studio dentistico, è la conta dei morti, è i’incertezza economica, è il silenzio che assorda, è il mio atavico istinto di sopravvivenza che mostra pericoli dove forse non ci sono, da quando in qua sono diventata un delatore? ma il mio dito resta dritto davanti a me, un punto interrogativo cauto e penso che probabilmente nemmeno lo vedranno e invece la macchina si ferma.

E’ una macchina della Guardia di Finanza e un uomo con la mascherina e guanti azzurri di lattice ha già abbassato il finestrino e mi dice solo:- sì?

Allora capisco che non sono proprio sola in una città deserta, prendo fiato e dico:- scusate ma quel ragazzo lì sta male, ha vomitato e non sta in piedi da solo- e indico con la testa verso il ragazzo, ora accucciato e nascosto da una macchina parcheggiata, una macchia scura che cerca di capire come sopravvivere.

La risposta è:- grazie- e io porto il cane a fare i suoi bisogni cercando di capire se ho fatto bene o se ho fatto male mentre loro girano l’automobile e vanno verso di lui.

Io proseguo la mia piccola passeggiata, raccolgo le feci del cane che sono piccole piccole, e penso, rientro nel mio pensare silenzioso senza pensieri, di nuovo sono come in trance.

Dopo pochi minuti sono di nuovo davanti al mio portone e li vedo: la macchina della guardia di finanza è affiancata da quella dei Carabinieri. Un poliziotto ha aperto il bagagliaio e ha tirato fuori un telo che porge all’uomo ancora accucciato. L’uomo lo prende, lo stende sul gradino e ci si siede sopra. Forse sta per arrivare un’ambulanza. Nella strada c’è un’aria densa di attesa.

Io rientro in casa e non posso non pensare che le persone più fragili nel prossimo futuro non saranno coloro che perderanno il lavoro, ma saranno coloro che si lasceranno prendere dalla disperazione, che daranno le colpe al governo, ai cinesi, ai poliziotti. 

I più deboli saranno anche i più pericolosi, perchè i disperati non hanno più niente da perdere; penso che sono contenta che il governo giusto ieri si sia preoccupato di tutte quelle persone che non riescono più a fare la spesa. Perché i più deboli sono coloro che non hanno una rete famigliare di sostegno, non una di amicizie confortanti e soprattutto, non hanno la forza interiore per andare avanti. E’ perchè ci sono i più deboli che l’Italia è in lockdown, coloro che scappano da Milano in preda al panico, coloro che prendono l’automobile per andare nella seconda casa, coloro che corrono sugli argini insieme agli altri singoli corridori.

Sto imparando che la democrazia si basa principalmente sul mio senso di responsabilità nei confronti dei più deboli: la mia città deserta è per me esempio di senso civico e di democrazia e di forza di carattere. Tutti patiamo la limitazione della nostra libertà senza avere colpe e senza sapere la fine, nessuno escluso. 

Eppure c’è in noi la forza di farlo. E francamente, ne sono ammirata.

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Musiche originali di Massimo Moretti per www.maxmoremusic.com

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